di Francesco di Marco

C’è una storiella indiana che fa così: “Un giorno una donna si recò dall’uomo saggio del suo villaggio per chiedere il suo aiuto riguardo a suo figlio. La donna disse al santo uomo – Guruji, aiutami, ti prego, a far smettere mio figlio di mangiare zucchero. Ne mangia continuamente e temo per la sua salute. –  Il vecchio saggio rispose – Tornate fra sette giorni e farò quello che tu chiedi. –

Dopo sette giorni la donna tornò nel bosco assieme a suo figlio dal santo Guru – Guruji, siamo tornati come da te richiesto. –  il vecchio, guardando il bambino diritto negli occhi disse – Smetti di mangiare zucchero! – Poi si alzò e se ne andò.

La donna cogliendo il segno di congedo si mise sulla via del ritorno con suo figlio al seguito, interdetta dal comportamento del saggio Guru.

Il giorno successivo al suo risveglio il bambino disse alla madre – O madre, da oggi, per favore, non metterai più zucchero nei miei pasti. Ti ringrazio. –  La donna colpita da questo grande cambiamento repentino, decise di recarsi nuovamente dal Guru e gli chiese – Guruji, per favore, spiegami come hai compiuto questo miracolo! – Il Guru rispose – La prima volta che sei venuta da me, io mangiavo zucchero, così ti ho chiesto di tornare. Quando sei tornata la seconda volta, avevo smesso di mangiarne, solo così ho potuto dire a tuo figlio di smettere di mangiare zucchero.”

Questa storiella mi è tornata alla mente nel viaggio di ritorno da Amatrice. Era tardo pomeriggio, Roberto guidava silenzioso. Era stanco. Gli occhi gli si chiudevano ogni tanto, così per aiutarlo attaccavo un qualsiasi discorso più o meno inutile sulla montagna o su le cose viste, vissute in quei due giorni.

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Roberto l’ho conosciuto anni fa, durante un corso sulla permacultura ai Castelli Romani. Lui fa cose del genere, insieme alle persone di cui si circonda, sempre sorridenti e disponibili anche se stanchi, stressati e logorati dai ritmi che le attività di volontariato attivo richiedono. Dice che gli piace parlare, ma poi parla poco. Si concentra sul da farsi al momento, gli piace organizzarsi e organizzare al meglio le attività ed i contesti nei quali è coinvolto. Lo fa per offrire il massimo di sé in quegli ambiti.

Avendo preso nota di questo modo di fare, vedere e conoscere l’intorno; avendo scelto di farlo mio anni fa, decido di provare a seguire Roberto in una delle sue romantiche e concrete avventure d’aiuto: le missioni, come le chiama lui. Lo faccio senza pensarci troppo su, ché poi era destino, come dice chi crede ancora al caso.

Così eccomi qui. La mattina del 4 di Dicembre, infilato il corpo nei vestiti da montagna, prendo la spremuta e vado, altrimenti faccio tardi.

Arrivo ad Albano laziale, paesino dei Castelli Romani dove Roberto ed io ci siamo dati appuntamento, alle 7. Non fa freddo, il furgone è già pieno di aiuti ed attrezzatura per stare in montagna. Io sono felice, le sensazioni sono le stesse di quando al mattino presto, in questo periodo prendo lo zaino sulle spalle, monto in macchina e vado verso le montagne ad arrampicare. Infatti anche la strada che facciamo è la stessa, direzione l’Aquila, per andare ai piedi del nostro Grande Sasso.

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Sta volta però andiamo in montagna per arrampicarci sull’indifferenza, sulla pigrizia; ci andiamo per cercare di stringere nelle mani non le prese ma le mani stesse di altri montanari come noi che vivono intorno ad Amatrice. Sono mani dure, ruvide come la roccia del Grande e come quella sempre calde, accoglienti, nonostante tutto.

C’è un altro Roberto, l’uomo delle nuvole. Il terremoto gli è passato di fianco, lui si è girato appena per offrirgli un pezzo del suo pecorino, ma lui s’è preso molto di più. Ci sono Nunzia e Claudio che sporchi di fango, odorosi di fumo di legna accesa all’aperto, ti guardano con i loro settantanni e zitti, con un sorriso appena accennato iniziano a piangere, ma senza le lacrime. Tu li guardi e sai che piangono ormai dal 24 Agosto. C’è Pietro, il cavallaro. Porta a spasso i sui cavalli per Capricchia, che sembra un quadro di Bruegel strappato a metà. Si vedono tutte le costole, sono bagnati e fanno fumo, cerca di farli camminare per riscaldarli. La loro stalla ormai è alta solo una ventina di centimetri e certo non ci stanno li sotto.

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Parliamo, ridiamo, scarichiamo il fieno, il mangime,i vestiti. Andiamo dai ragazzi delle B.S.A.(Brigate della Solidarietà Attiva), sembrano punkabbestia, ma sono così organizzati e attenti nell’aiutare tutti in tutto che a San Cipriano sono ormai l’Istituzione. Sono sempre lì, danno cibo, abiti e tutti quelli che ne chiedono. Chi non può andare a prenderseli viene raggiunto da loro con le staffette della solidarietà.

Molti hanno lasciato le loro case, le loro famiglie, i loro amici ed i loro lavori, ma non hanno ancora lasciato il corpo grazie esclusivamente a loro. Oggi i punkabbestia hanno le aureole e le stimmate per il freddo.

Ci offrono un posto caldo dove dormire, ché fuori fanno già  i -8; ci preparano da mangiare e si ride, si scherza con i Sardi che ci hanno preparato una cena dall’ultimo dell’anno.

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Ad Amatrice e dintorni il terremoto non ha buttato giù i cuori di chi è rimasto. Sono cuori di montagna, sono belli e fieri come i Monti della Laga, che quando fa freddo e c’è ghiaccio, appena prendono il primo sole del mattino, iniziano a splendere e far luce intorno. Qui nulla si è fermato, arrivano volontari come me e  Roberto, arrivano gli aiuti di quello che abbiamo imparato a chiamare Stato, arrivano Amore, Luce, Solidarietà, Forza anche da lontano.

Lì ad Amatrice arriva tutto, tutto si sistemerà e tutto continuerà a scorrere, ma noi che ci  andiamo ora, che ci sentiamo addolorati e colpiti quando al telegiornale vediamo le macerie e i volontari che scavano; noi potremmo tutti scegliere di essere più pronti, più presenti, più uniti e attenti a chi ci sta accanto ora, per tutti gli attimi a partire da adesso. Se impariamo questo abbiamo trovato il modo di fermare i terremoti.

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